Ho sognato ancora di raggiungere a piedi la casa sull’altura.
Nel sogno mi sorprendevo della libertà di poter perdere tempo, di indicare col dito i volteggi delle rondini, di ascoltare il gatto miagolare e di andare in cerca del cane del vicino che non c’è più. Ero solo.
“Da qui se ne sono andati proprio tutti”, pensavo.
Eppure, guardandomi intorno mentre varcavo l’uscio, scoprivo le pietre della casa come se fossero state rimesse a nuovo da poco: qualcuno era stato lì e le aveva pulite. Nulla, osservando bene, appariva abbandonato. La casa era divenuta all’improvviso ospitale, un rifugio, un’urna di quiete.
Accendendo la stufa con poca legna, mi chiedevo: “chissà se tornerà qualcuno”. Guardavo fuori dalla finestra e l’erba del prato era verde e fuori soffiava un vento autunnale che scuoteva la cima del diospiro.
Vi sono luoghi che, nel sogno, riemergono dagli angoli della memoria per riportare in superficie le immagini più antiche che conserviamo del mondo; luoghi trasfigurati che restano eternamente in noi come memorie di un tempo passato che non c’è più ma in qualche modo permane.
Una donna anziana ora bussava allo stipite della porta. Aveva un fazzoletto scuro in testa e un grembiule di cotone con un motivo floreale: erano piccoli fiori di tarassaco che riuscivo ad immaginare dissolversi alla prima folata di vento. Mi stavo perdendo nei miei pensieri prima che lei mi riportasse alla verità del sogno: “Aspetta ancora un po’… stanno tornando!”.
Se non mi fossi svegliato, vi avrei visto arrivare. Ci saremmo ritrovati e vi avrei detto: “Scusatemi, sono tutto scompigliato. Non sono più un ragazzino ma che importa, sono sempre io!”. Voi avreste riso e vi sareste divertiti come in quell’estate bella in cui voi eravate le mie divinità in vita e io non lo sapevo.
Aspettatemi fermi nella luce, per favore. Nel tempo degli uomini è un’attesa da poco.
La casa sull’altura
